TL;DR — La celebre regola 60/40 di Binet & Field (60% brand, 40% performance) non è un dogma universale: i dati 2025-2026 dimostrano che il rapporto ottimale varia da 70:30 per i nuovi entranti a 40:60 per i brand consolidati. Ma il problema delle PMI italiane è un altro: investono quasi il 100% in performance (Google Ads, Meta Ads), ignorando completamente il brand building. Risultato? CAC in crescita costante, margini che si erodono e crescita bloccata. I brand con alta notorietà convertono 2,5 volte di più e riducono il costo di acquisizione del 30-50%. Continuare a ignorare il brand non è prudenza: è autodistruzione.
Il mito del 60/40: una regola che non è mai stata una regola
Nel 2013, Les Binet e Peter Field pubblicarono quello che sarebbe diventato il testo sacro del marketing moderno: The Long and the Short of It. Analizzando 996 campagne dal database IPA su un arco di oltre 30 anni, arrivarono a una conclusione che ha cambiato il modo in cui pensiamo ai budget pubblicitari: il rapporto ottimale tra investimento in brand building e attivazione di vendita è 60:40.
Da allora, quella cifra è diventata un mantra. Agenzie, consulenti e CMO di mezzo mondo l'hanno ripetuta fino a farla diventare un dogma. Il problema? Binet e Field non l'hanno mai presentata come una regola fissa. L'hanno sempre descritta come una media statistica, un punto di partenza da adattare al contesto specifico.
Come spieghiamo ai nostri clienti in Deep Marketing, il vero messaggio di quella ricerca non è mai stato "spendi il 60% in brand". Il messaggio è: se ignori il brand building, stai sabotando la tua crescita a lungo termine. E questo, nel 2026, è più vero che mai.
Cosa dicono i dati nel 2026: il rapporto ottimale non è fisso
La ricerca più recente ha finalmente chiarito quello che i professionisti sospettavano da tempo: il rapporto ideale tra brand e performance dipende da almeno quattro variabili fondamentali. Secondo l'analisi aggiornata del database IPA e i dati pubblicati da WARC nel report The Multiplier Effect (2024), il budget va calibrato in base alla maturità del brand, al settore, alla fase del ciclo di vita del prodotto e alla dinamica competitiva del mercato.
Il punto cruciale è questo: nessuno scenario prevede zero investimento in brand. Nemmeno i brand dominanti, che hanno la massima notorietà possibile, scendono sotto il 30% di investimento in brand building. Eppure, la stragrande maggioranza delle PMI italiane investe quanto in brand? Esattamente zero.
Il Multiplier Effect: perché brand e performance non si sommano, si moltiplicano
Il report The Multiplier Effect, pubblicato da WARC nel 2024 in collaborazione con Analytic Partners, BERA.ai, Prophet e System1, ha introdotto un concetto che in Deep Marketing consideriamo rivoluzionario: la relazione tra brand e performance non è additiva, è moltiplicativa.
In termini concreti, questo significa che investire in brand building non toglie risorse alla performance: la potenzia. I dati del report, basati su oltre 1.000 brand analizzati, sono inequivocabili:
- I brand con alta notorietà raggiungono tassi di conversione 2,5 volte superiori rispetto ai competitor sconosciuti
- I brand forti riducono il costo di acquisizione cliente (CAC) del 30-50%
- Passare da un approccio solo-performance a un approccio misto migliora il ROI totale del 25-100%, con un uplift medio del 90%
- Al contrario, passare a un approccio esclusivamente performance causa un calo medio del ROI del 40%
- Il 92,1% delle pubblicità che costruiscono forte equity di brand performano bene anche nel breve termine (System1, 2024)
Secondo il report di Prophet, il 90% delle aziende "vincenti" adotta un approccio almeno parzialmente integrato tra brand e demand generation. Non è un caso: quando il consumatore conosce il tuo brand, ogni euro speso in Google Ads, Meta Ads o qualsiasi piattaforma di performance lavora con un moltiplicatore intrinseco.
Come diciamo ai nostri clienti: non stai scegliendo tra brand e performance. Stai scegliendo se far lavorare la performance con o senza il turbo.
La Double Jeopardy: perché i piccoli brand soffrono il doppio
Byron Sharp, nel suo fondamentale How Brands Grow (Ehrenberg-Bass Institute), ha documentato una delle leggi più robuste e universali del marketing: la Double Jeopardy Law (Legge della Doppia Penalizzazione). I brand piccoli non soffrono solo di una minore penetrazione di mercato: hanno anche una minore fedeltà da parte dei clienti che riescono ad acquisire.
È una doppia condanna: meno clienti, e quei pochi comprano meno spesso. Questa legge è stata verificata empiricamente in centinaia di categorie, in B2B e B2C, in ogni paese del mondo, con pochissime eccezioni.
La causa, secondo Sharp e Romaniuk, è la disponibilità mentale (mental availability): la propensione del brand ad essere pensato nelle situazioni di acquisto. Se nessuno ti conosce, nessuno ti cerca. E se nessuno ti cerca, pagherai sempre di più per ogni singola conversione nelle piattaforme di performance marketing.
Questo spiega un fenomeno che vediamo costantemente nei dati dei nostri clienti: le campagne Google Ads di un brand sconosciuto costano sistematicamente di più per lead rispetto a quelle di un brand riconosciuto nella stessa categoria. Non perché le campagne siano impostate peggio, ma perché il brand sconosciuto parte con un handicap strutturale che nessuna ottimizzazione tecnica può compensare.
ESOV: la formula matematica della crescita di marca
Se la Double Jeopardy descrive il problema, la Excess Share of Voice (ESOV) descrive la soluzione. La ricerca di Danenberg, Kennedy, Beal e Sharp (2016), pubblicata sul Journal of Advertising, ha confermato e quantificato una relazione già individuata da precedenti studi IPA: esiste un rapporto diretto e misurabile tra la quota di voce in eccesso e la crescita della quota di mercato.
La formula è semplice: ESOV = SOV − SOM (Share of Voice meno Share of Market). Se il tuo brand ha una quota di mercato del 10% e investi abbastanza da avere una quota di voce del 15%, la tua ESOV è +5%. I dati mostrano che:
- Nel B2C, ogni 10 punti di ESOV generano circa 0,7% di crescita annua della quota di mercato
- Nel B2B, l'effetto è simile: 10 punti di ESOV producono 0,6% di crescita annua
- I brand leader ottengono un rendimento maggiore: 1,4% di crescita per ogni 10% di ESOV, contro lo 0,4% dei brand challenger
Il messaggio è matematicamente chiaro: per crescere, devi investire in comunicazione di marca più di quanto la tua quota di mercato suggerirebbe. Chi investe al di sotto della propria quota di mercato è condannato a perdere terreno. Chi investe al di sopra, cresce.
E qui sta il paradosso italiano: le PMI che più avrebbero bisogno di ESOV positiva — perché sono piccole, sconosciute e soffrono la Double Jeopardy — sono esattamente quelle che investono zero in brand building, concentrando tutto su campagne a risposta diretta che, per definizione, non generano Share of Voice.
Il problema italiano: 100% performance, 0% futuro
Secondo il report Italy Digital Ad Spend 2026, il mercato pubblicitario digitale italiano raggiungerà gli 11 miliardi di dollari nel 2026, con una crescita annua dell'11%. Google, Meta e Amazon catturano la stragrande maggioranza degli investimenti, concentrati su search, social e e-commerce. Solo il 26,3% delle PMI italiane investe in pubblicità online — già sotto la media europea del 27,3% (Eurostat, 2022).
Ma il dato più allarmante è qualitativo, non quantitativo. In Deep Marketing lavoriamo con decine di PMI italiane e il pattern è sempre lo stesso: il 90-100% del budget viene allocato su Google Ads e Meta Ads con obiettivi di conversione diretta. Zero brand building. Zero campagne di awareness. Zero contenuti che costruiscano associazioni mentali.
Il risultato è quello che WARC chiama il "doom loop": un ciclo vizioso di rendimenti decrescenti. All'inizio le campagne performance funzionano ragionevolmente bene. Poi il CAC inizia a salire. La risposta istintiva è aumentare il budget performance o "ottimizzare le campagne". Il CAC continua a salire. I margini si erodono. L'azienda taglia il budget marketing. Le vendite crollano. E il brand, che nel frattempo non è mai stato costruito, non ha nessuna equity da cui attingere per resistere.
Fonti: WARC "The Multiplier Effect" (2024); analisi IPA Databank; Kantar BrandZ.
Kantar BrandZ e il valore finanziario del brand
Se i dati sull'efficacia pubblicitaria non bastano, c'è un altro angolo che dovrebbe convincere qualsiasi imprenditore: il valore finanziario diretto della brand equity. Secondo i dati Kantar BrandZ, le aziende che investono costantemente nella propria brand equity vedono le proprie azioni sovraperformare sistematicamente quelle dei competitor che non lo fanno.
Non solo: i brand forti hanno anche maggiore resilienza, recuperando più rapidamente dopo le crisi economiche. In un contesto macroeconomico incerto come quello attuale, questo dato dovrebbe far riflettere ogni imprenditore italiano che pensa che "il brand è un lusso che non possiamo permetterci".
La ricerca IPA ha inoltre dimostrato che il budget è otto volte più importante del ROI nel determinare l'efficacia del marketing. Un messaggio che va contro l'ossessione per l'ottimizzazione del costo per click che domina il marketing digitale italiano: non importa quanto sia "ottimizzata" la tua campagna se il budget totale è insufficiente e la notorietà del brand è inesistente.
Come costruire il brand senza budget milionari
La domanda che ci viene posta più spesso in Deep Marketing è: "Ma noi siamo una PMI, non abbiamo il budget per fare brand building come Nike o Apple". È una domanda legittima, ma che parte da un presupposto sbagliato: che il brand building richieda necessariamente investimenti enormi.
In realtà, il brand building per una PMI italiana nel 2026 può e deve essere pragmatico:
- Content marketing strategico: articoli, video, podcast che costruiscano autorevolezza nella categoria. Non contenuti "per il SEO", ma contenuti che creino associazioni mentali tra il brand e la categoria
- Visual identity coerente: un brand con identità visiva consistente su tutti i touchpoint gode di un +33% di brand recall. Non servono milioni: serve coerenza
- Campagne awareness su Meta e YouTube: anche con budget modesti (500-2.000 euro/mese), le campagne ottimizzate per reach e frequenza costruiscono disponibilità mentale nel tempo
- PR e media relations: essere citati dalla stampa di settore costruisce credibilità che nessuna campagna a pagamento può replicare
- Sponsorizzazioni locali: per le PMI con mercato geograficamente definito, le sponsorizzazioni di eventi locali generano notorietà a costi contenuti
Il principio guida resta quello della ESOV: devi essere più visibile di quanto la tua quota di mercato suggerirebbe. Non necessariamente in termini di budget assoluto, ma in termini di presenza mentale nella categoria.
La nuova frontiera: quando brand e performance si fondono
Uno degli sviluppi più interessanti del 2025-2026, documentato sia da WARC che dall'IPA, è la convergenza tra brand building e performance. L'ascesa del retail media, della Connected TV e della personalizzazione basata sull'AI sta sfumando i confini tradizionali. Secondo uno studio del 2024 su inserzionisti britannici, le campagne retail media ottimizzate sia per metriche di brand sia per vendite hanno superato del 45% le campagne a singolo obiettivo in termini di efficacia complessiva.
I Retail Media Network (RMN) sono particolarmente promettenti: secondo Kantar, generano risultati 1,8 volte migliori rispetto alla pubblicità digitale standard e quasi 3 volte migliori per quanto riguarda l'intenzione d'acquisto.
Inoltre, la qualità creativa si conferma un moltiplicatore potentissimo: secondo una ricerca congiunta WARC-Kantar, la creatività di alta qualità genera più di quattro volte il profitto della creatività di bassa qualità. E l'effetto è più forte sulla componente long-term (brand building) che su quella short-term.
Questo significa che per le PMI italiane non si tratta più di scegliere tra brand e performance: si tratta di costruire campagne che facciano entrambe le cose contemporaneamente, con creatività eccellente e obiettivi multipli.
Il framework pratico: come allocare il budget nel 2026
In Deep Marketing, dopo aver studiato a fondo la letteratura scientifica e testato questi principi con decine di clienti italiani, abbiamo sviluppato un framework pratico per l'allocazione del budget. Non è una formula magica, ma un punto di partenza basato sull'evidenza:
- Valuta la tua notorietà di marca. Se nessuno ti conosce (la maggior parte delle PMI italiane), sei un "nuovo entrante" anche se esisti da 20 anni. Il tuo rapporto dovrebbe tendere al 70:30 in favore del brand
- Calcola la tua ESOV. Stima la tua Share of Voice nella categoria (quanto spendi in comunicazione rispetto ai competitor) e confrontala con la tua quota di mercato. Se SOV < SOM, stai perdendo terreno
- Destina almeno il 30% al brand. Anche nella situazione più ottimistica (brand dominante in categoria consolidata), i dati mostrano che sotto il 30% di investimento in brand la crescita a lungo termine si blocca. I brand più performanti dedicano almeno il 30% a campagne orientate all'equity (WARC, 2024)
- Misura su orizzonti diversi. La performance si misura in settimane. Il brand si misura in trimestri e anni. Se giudichi il brand building con le metriche della performance, lo ucciderai sempre prima che produca risultati
- Integra, non separa. Le campagne migliori del 2025-2026 costruiscono brand e generano lead contemporaneamente. Creatività eccellente, messaggi che creano associazioni mentali e al contempo spingono all'azione
FAQ: domande frequenti sulla regola 60/40
La regola 60/40 di Binet & Field è ancora valida nel 2026?
Come punto di partenza concettuale, sì. Come regola rigida da applicare in ogni contesto, no. I dati aggiornati mostrano che il rapporto ottimale varia dal 70:30 al 40:60 in base alla maturità del brand, al settore e alla dinamica competitiva. Il principio fondamentale resta invariato: ignorare il brand building compromette la crescita a lungo termine e rende la performance sempre più costosa.
Quanto tempo serve perché il brand building produca risultati misurabili?
Secondo i dati IPA, gli effetti del brand building iniziano a manifestarsi dopo 6-12 mesi e raggiungono il pieno potenziale in 2-3 anni. La performance agisce in settimane. Questo sfasamento temporale è la ragione per cui molte aziende abbandonano prematuramente il brand building: giudicano un investimento a lungo termine con metriche a breve termine.
Come si misura il ritorno sull'investimento in brand building?
Le metriche chiave includono: notorietà spontanea e sollecitata, considerazione, ricerche branded su Google (un indicatore proxy molto affidabile), traffico diretto al sito, menzioni sui social, e soprattutto il calo progressivo del CAC sulle campagne performance. Se il brand funziona, il costo di acquisizione scende perché i clienti arrivano già predisposti.
Cosa succede se investo tutto in performance e niente in brand?
I dati WARC mostrano che le aziende che passano a un approccio esclusivamente performance subiscono un calo medio del ROI del 40% nel medio termine. Il CAC aumenta progressivamente perché non c'è brand equity a sostenere le conversioni. È il "doom loop": rendimenti decrescenti → budget tagliati → ulteriore calo → spirale negativa.
La ESOV è applicabile anche per le PMI con budget limitati?
Assolutamente sì, e anzi è più rilevante per le PMI. Il concetto di ESOV non richiede budget assoluti enormi: richiede di investire in comunicazione più di quanto la propria quota di mercato suggerirebbe. In una nicchia locale, bastano poche migliaia di euro al mese per avere una ESOV positiva e avviare il circolo virtuoso della crescita.
Qual è la differenza tra brand building e content marketing?
Il content marketing può essere brand building, ma non lo è automaticamente. Un articolo scritto solo per posizionarsi su Google (SEO puro) è performance. Un contenuto che costruisce associazioni mentali tra il brand e la categoria, che crea autorevolezza e fiducia, che fa pensare il consumatore al brand nelle situazioni d'acquisto — quello è brand building. La differenza sta nell'intento e nella strategia, non nel formato.
Il brand building funziona anche nel B2B?
I dati della Double Jeopardy e della ESOV sono stati validati sia in B2C che in B2B. Nel B2B, 10 punti percentuali di ESOV generano 0,6% di crescita annua della quota di mercato — un effetto quasi identico al B2C. Il LinkedIn B2B Institute ha pubblicato ricerche estese che confermano l'importanza del brand building nei mercati business-to-business, dove i cicli di acquisto sono più lunghi e la disponibilità mentale è ancora più critica.
Fonti e Riferimenti
- Binet, L. & Field, P. (2013). The Long and the Short of It: Balancing Short and Long-Term Marketing Strategies. IPA. ipa.co.uk
- Sharp, B. (2010). How Brands Grow: What Marketers Don't Know. Oxford University Press / Ehrenberg-Bass Institute. marketingscience.info
- Danenberg, N., Kennedy, R., Beal, V., Sharp, B. (2016). Advertising Budgeting: A Reinvestigation of the Evidence on Brand Size and Spend. Journal of Advertising, 45(1), 139-146.
- WARC, Analytic Partners, BERA.ai, Prophet, System1 (2024). The Multiplier Effect: A CMO's Guide to Brand Building in the Performance Era. warc.com
- Porter Wills (2026). Brand vs Performance Marketing: Why You Need Both. porterwills.co
- Kantar (2026). Marketing Trends 2026. kantar.com
- IPA (2025). Marketing Effectiveness Roadmap. ipa.co.uk
- GlobeNewsWire (2026). Italy Digital Ad Spend Business Report 2026. globenewswire.com


